Archive for the 'made in Italy' Category

Ferrari World, l’Italia conquista Abu Dhabi!

In questi giorni è stato presentato il Ferrari World, una vera e propria Disneyland dell’automobile italiana più famosa e simbolo del successo tecnologico italiano nel mondo.

Il progetto è sicuramente grandioso. Vediamo se grandioso sarà anche il successo in termini di ritorno economico per la Casa di Maranello e, in questo caso, turistico per gli Emirati Arabi Uniti.

Qualcuno ha storto il naso dal momento che un progetto del genere potrebbe essere stato realizzato in Italia, a Roma o a Maranello invece che ad Abu Dhabi.

Trovo che il progetto sia ben pensato e fortifichi ancora di più il brand Ferrari e, di conseguenza, anche il brand Italia nel mondo.

Il parco, è vero, non è in Italia, ma il ritorno d’immagine ed economico per l’Italia, soprattutto come brand, non dovrebbe mancare.

Che ne pensate? Guardate anche il sito ufficiale.

Luca Taddei

i media alimentano la crisi?

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Certe volte é meglio abitare in un sottoscala che in un attico.” Marco Fortis

Già, non urlare.

Prendo spunto dall’ ultimo post di Luca per aggiungere qualche considerazione attorno al rapporto tra crisi e  comunicazione.

Responsabilità é la parola chiave che identifica da sempre e oggi in particolare un mestiere, il giornalismo, su cui grava il difficilissimo compito di spiegare alle persone che cosa succede nel mondo: cause, effetti, prospettive.

Lo sappiamo, i media rappresentano il canale d’ accesso all’ informazione. Dalla loro azione dipende in maniera determinante quella percezione dei fatti e degli eventi che entra nell’ immaginario, forte del potere di influenzare piccole e grandi decisioni.

Riforme, investimenti, strategie, piani di assunzione, licenziamenti, acquisti, viaggi.

Su più livelli – politica, impresa, società, famiglia – la percezione del “fuori”, in maniera più o meno marcata, più o meno visibile, ma comunque inevitabilmente finisce con l’ orientare i comportamenti.

“La crisi c’ è, eccome – scrive Sergio Luciano su Economy – ma la percepiamo più grave di quanto non sia.”

Io non solo sono perfettamente d’ accordo con Luciano ma trovo che questa “più grave percezione” sia dovuta proprio a certe logiche interne al sistema dei media,  in base alle quali le prime pagine dei quotidiani nazionali si riempiono di “brutte” notizie e catastrofiche previsioni (ma in tempi del genere queste previsioni che valore hanno? questo collasso finanziario, per esempio, chi lo aveva previsto?) mentre bisogna andare a spulciare tra i trafiletti, oppure nella stampa specializzata o nella cronaca locale per conosere realtà italiane virtuose, come il successo della pugliese Divella, la buona salute dell’ export made in Italy o il boom del turismo termale.

Certo quelli che ho citato sono dei casi singoli. Ma tanti di questi casi singoli – e se ne possono trovare facilmente –  insieme smettono di essere eccezione e diventano segni di un modo italiano di essere e di fare, più vicino alla creatività, ai valori e all’ economia “reale” che alla disastrata finanza. E che meritano di essere spiegati, conosciuti, divulgati.

Vi aggiungo che di recente ho partecipato a un convegno in cui molti manager e imprenditori italiani hanno rivelato che se non ci fossero i mezzi di comunicazione loro, relativamente alle proprie imprese, di questa crisi nenche si sarebbero accorti.

Occorre dunque una comunicazione più responsabile ed anche più equilibrata.

Serve, a parer mio, che sia combattuto quel principio secondo cui “é meglio parlar di un ponte distrutto che di cento costruiti.”

Serve perchè la posta in gioco é alta.

Voi che ne pensate?

SimoDG

Ilcomunicatore presenta Soft Economy, il lato bello dell’ Italia

La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira più che negli occhi di colui che la vede.” Gibran Kahalil

Si chiama Soft Economy ed é l’ ultimo nato in casa de “ilcomunicatore”.

Da un’ idea di Simone Di Gregorio, si apre uno spazio dedicato al talento italiano, ovvero a quella capacità di fare e di inventare che seduce il mondo e che ha reso vincenti molte nostre imprese.

Soft Economy come inclinazione, tutta italiana, a produrre economia sulla base di fattori inusuali quali la bellezza, il territorio, la tradizione, la cultura, l’ artigianalità, il rispetto per la persona e per l’ ambiente, la passione per la materia: non si tratta solo di belle parole ma di un modello in atto in molte nostre imprese che lottano per spostare la competizione internazionale dal fattore prezzo al fattore qualità.

Una qualità totale che parte dall’ idea, coinvolge il dettaglio, agisce sui processi di lavorazione e arricchisce il prodotto di un valore aggiunto, unico e non replicabile così come sono uniche e non replicabili la sensibilità estetica dell’ imprenditore made in Italyl’ esperienza di lavoratori che di generazione in generazione si tramandano tecniche di lavorazione di sapore locale, la straodinaria capacità di combinare il fascino della tradizione con soluzioni di alto contenuto innovativo.

Nei primi articoli si parla di Brunello Cucinelli e della sua “impresa umanistica”; si mettono in evidenza gli ottimi – ma sempre troppo sottaciuti – numeri dell’ export italiano, che nonostante il grave stato di crisi generale continua a macinare risultati assolutamente positivi.

Inoltre si racconta la particolare storia di Xu Qiu Lin, titolare di un’ azienda che ha sede a Prato, stilisti italiani e produzione in Cina:

“La mia azienda é italiana”, afferma convinto Xu Qiu Lin.

Secondo voi vaneggia oppure in epoca di globalizzazione e di mercato unico il made in Italy può convivere con la delocalizzazione?

Vi aspetto sul blog!

SimoDG

L’Italia è competitiva, adesso ci vuole comunicazione

“Ci sono paesi dove il progresso ha cambiato solo i costumi non la mentalità.” ( Vincenzo Consolo )

Secondo un indice elaborato dall’ONU e e dal WTO, quindi da ritenere abbastanza affidabile, e chiamato TPI, Trade Performance Index, l’Italia si colloca al secondo posto nella classifica mondiale dei Paesi più competitivi nel commercio con l’estero. E’ un buon punto di riferimento per definire l’alto livello di competitività internazionale del nostro Paese.

Ed è proprio il commercio estero a dimostrarsi l’eccellenza dell’economia italiana. E a trainare sono i settori delle <<quattro A>>: abbigliamento, arredo, alimentari, automazione meccanica.

Risultati migliori dell’Italia nel mondo li ottiene solo la Germania, mentre la Spagna, che viene additata di questi tempi come il nostro competitor diretto, non si posiziona neppure fra i primi dieci.

Insomma il declino annunciato da tanti profeti di sventure sembra non esistere. Certo la situazione non è facile, ma questo vale anche per tutti gli altri Paesi del mondo.Non possiamo negare che in Italia soffi, più che in altri contesti, un vento di mancanza di fiducia nei propri mezzi e di speranza nel proprio futuro.

Molte altre classifiche, di cui molto spesso non si è verificata la validità, hanno condannato l’Italia. Ma come ricorda Marco Fortis, docente di economia industriale alla Cattolica di Milano, «si è fatta confusione tra attrattività e competitività» e l’Italia risulta ormai poco attrattiva, specialmente per gli investitori esteri.

Certo è colpa della burocrazia, della criminalità e di altri fattori, ma fra questi non metterei tra gli ultimi la scarsa capacità di comunicare un’immagine forte e vincente del Paese.

C’è un’Italia che vince, ma spesso è quasi muta: una prova ulteriore di questo è il fatto che i risultati di questo indice elaborato dall’ONU e dal WTO siano passati quasi inosservati, mentre altri meno lunsinghieri siano fermamente impressi nella nostra mente. Mentre una buona medicina contro la sfiducia e l’autocommiserazione sarebbe una comunicazione coordinata ed efficace dei propri punti di forza e dei propri successi, quelli che hanno una base nella realtà naturalmente!

Luca Taddei

Apre a Pechino “Piazza Italia”, la boutique del made in Italy

“Non esiste azienda italiana, piccola, media o grande, per la quale la Cina non presenti l’ opportunità di ampliare il business o, in qualche modo, di risparmiare.” (da Il Sole 24 Ore)

Verde, bianco e rosso: Pechino si tinge dei colori italiani.

A Luglio, in Shin Kong Place, il quartiere più elegante della capitale cinese, aprirà i battenti un’ immensa rassegna dei prodotti made in Italy, distribuita su 4 piani di un’ elegantissima boutique.

“Piazza Italia” é il nome del progetto, una sorta di Little Italy che offrirà ai clienti cinesi circa duemila delle nostre eccellenze. Da evidenziare che insieme ai grandi marchi saranno esposti i prodotti delle tradizioni locali, meno noti ma ugualmente capaci di sedurre il mercato globale per l’ iperqualità di cui sono espressione e quell’ aurea di gusto, esclusività e fascino che il consumatore cinese – come già il consumatore occidentale – associa naturalmente ai prodotti italiani.

Per la Cina, l’ Italia é un sogno. E non é una frase fatta, ma il risultato di una ricerca di mercato che gli imprenditori italiani hanno fatto svolgere prima di gettarsi in questa avventura: “Si voleva capire – spiega Giuseppe Parolini, direttore commerciale della Crai, una delle aziende coinvolte – quale immagine i cinesi hanno del nostro Paese. Solo dopo aver compreso come ci vedono e cosa si aspettano da noi, potevamo cercare di esaudire i loro desideri.”

E dalla ricerca di mercato é emerso che tra quelli del made in Italy, i cinesi privilegiano l’ alimentare e i prodotti del lusso, che di fatto avranno riservato uno spazio particolare all’ interno della “Piazza”.

Manifestazioni culturali e mostre d’ arte completano il disegno di un progetto davvero ben pensato.

Lo abbiamo detto più volte, comunicazione e distribuzione sono le due leve su sui insistere per far sì che il nostro export passi dai soliti exploit a un lavoro strutturato e continuativo, cosa che é ben più difficile.

E insistendo su iniziative del genere, può diventare un’ opportunità anche la Cina, un mercato sterminato dove il numero dei consumatori benestanti cresce a ritmo vertiginoso.

Voi che ne pensate?

SimoDG


ilcomunicatore

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