Archive for the 'formazione' Category

comunicare nella crisi, questa è la sfida!

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“Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.” ( John F. Kennedy )

Il 2008 sta finendo e si aprono le porte del nuovo anno, il 2009. La crisi sembra imperversare in giro per il mondo, per esempio in Spagna e qui da noi come in Germania. Ogni giorno si aprono nuovi  scenari di rischio, ma a guardar bene anche nuove potenziali opportunità.

I quotidiani di tutto il mondo amano parlare dei rischi, dei pericoli, dei problemi e lo fanno molto bene, a volte troppo bene, rischiando così di iniettare nel cuore delle persone la paura e la sfiducia. Ma qui su ilcomunicatore ci vogliamo occupare delle opportunità, l’altra faccia della medaglia della crisi, perchè la comunicazione può servire a realizzare progetti e a costruire fiducia.

Uno degli obiettivi di questo blog è aprire una discussione costruttiva sulle competenze che devono caratterizzare le professioni del comunicare. Ecco che allora la crisi ci ricorda che il comunicatore professionista deve essere in grado di fronteggiare i più disparati momenti di crisi.

Infatti, se la comunicazione viene pensata strategicamente, dobbiamo considerare l’elemento crisi come costitutivo della stessa strategia. E’ proprio la prova della crisi che dimostra la validità e la consistenza di una strategia in generale e nel nostro particolare di una strategia di comunicazione.

Detto questo, per finire l’anno de ilcomunicatore e per iniziarlo in maniera interessante, abbiamo deciso di sottolineare che una delle competenze fondamentali per i comunicatori nel prossimo anno sarà necessariamente quella legata alle capacità nel gestire e affrontare i momenti di crisi. Per farlo bisogna essere ben preparati, avere una buona dose di sangue freddo e soprattutto non urlare…

Detto questo auguri per il nuovo anno e in bocca al lupo a tutti i comunicatori!!!

Luca Taddei

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professionisti del marketing, professionisti del web

“Internet non é al passo con i tempi, ma con il futuro.” (Anonimo)

Una recente indagine di mercato diffonde numeri del tutto illuminanti circa il significato di Internet da un punto di vista del marketing e la sua decisività per una proficua relazione con il consumatore.

Secondo la società americana BIGresearcholtre il 47% dei consumatori (su un campione di 15.727  unità) prima di effettuare un acquisto consulta Internet per conoscere opinioni e ricevere consigli.

E oltre alla quantità dei frequentatori del web, c’ é anche un importante componente qualitativa. “A navigare per ottenere maggiori informazioni su un dato prodotto e ponderarne l’ acquisto – afferma Michele Marzan, manager di Zanox Italia, società leader nel settore del mktg online – sono i consumatori più aggiornati, curiosi e desiderosi di condividere con amici e conoscenti ciò che hanno imparato, letto e ascoltato. Si tratta per lo più di consumatori giovani, manager e professionisti, con un reddito al di sopra della media e soprattutto disposti a pagare qualcosa di più per avere prodotti di qualità.”

Giovane età, influenza e disponibilità economica: un mix appetibile per qualsiasi azienda.

Ma da cosa dipende la brand reputation online?

Sicuramente dal posizionamento strategico del sito – come sottolinea Frederic Saign, responsabile per zanox del mercato dei Paesi del Nord Europa – ma anche dai giudizi dei bloggers e dalla trasparenza e completezza delle informazioni.

A seguire, alcuni numeri pubblicati su Ninja Marketing che identificano le caratteristiche tipo del consumatori online:

Tendono ad essere più giovani rispetto a tutti gli adulti con un’età media di 43.2 (vs. 44.8 per tutti gli adulti).
• Dichiarano un reddito medio familiare più alto di $65,500 (vs. $56,811).
• Una percentuale più alta (32.2%) di loro occupa una posizione professionale/manageriale sul posto di lavoro (vs. 25.5%).

Insomma, per i professionisti di oggi e di domani la conoscenza del marketing dovrà sempre di più intrecciarsi con la conoscenza di Internet: perdere questo collegamento significa uscire dal mercato.

Voi che ne pensate?

SimoDG

un computer per i professionisti del domani

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“I veri utenti non usano mai la funzione Help.” (Anonimo)

Nicholas Negroponte, guru del digitale e fondatore del noto Mit MediaLab di Boston, era a Firenze la scorsa settimana per lanciare la sua nuova creatura: il laptop “Xo”, un portatile costruito con software open source, pensato per l’ apprendimento dei bambini e capace di alimentarsi con una manovella, superando così le difficoltà di molte aree del mondo che non dipongono di adeguati canali di corrente; basta infatti alzare una sorta di “orecchio” laterale perchè ogni computer possa entrare in comunicazione con gli altri e dunque funzionare anche in quei villaggi privi di elettricità, telecomunicazioni ed infrastrutture.

Il nuovo computer é l’ anima di un progetto, definito “One laptop per child” (e complimenti a Firenze, la prima città ad aver aderito, non solo in Italia ma in tutta Europa), che prevede la diffusione di questi apparecchi nelle scuole occidentali e, in parallelo, nelle aree sud del mondo: il computer costa infatti 220 euro e acquistandone uno se ne potrà automaticamente donare un secondo ad un qualche bambino meno fortunato dei nostri, che abiti per esempio in Perù, Israele, Brasile, Romania, tanto per citare qualche Paese ad oggi coinvolto nel progetto.

Un operazione di solidarietà dunque, con l’ ulteriore vantaggio di dotare le nostre scuole di computer costruiti per favorire l’ apprendimento degli studenti, permettendo un primo approccio al digitale già in giovanissima età.

E speriamo che questo progetto possa rappresentare una svolta.

In Italia infatti, da un punto di vista quantitativo ormai ci siamo: sia le istituzioni che le imprese dispongono, nella loro quasi totalità, di siti internet e di attrezzature tecnologiche, il problema é che spesso non si sanno come usare.

Leggevo qualche giorno fa sul Corriere che uno dei problemi più gravi della nostra pubblica amministrazione é la mancanza di competenze informatiche: gli enti pullulano di ingegneri ma mancano quei professionisti in grado di cogliere e realizzare le opportunità di risparmio ed efficenza che il mondo digitale offre.

Per quanto rigarda poi il settore privato, vi invito a leggere questo articolo del Sole 24 Ore dove si riflette sul ruolo potenziale della tecnologia nella difesa del made in Italy, che é Il Problema delle nostre piccole e medie imprese.

Dunque, io credo che la strada che porta alla piena comprensione e valorizzazione dei vantaggi del bit passi inevitabilmente da una conoscenza il più completa possibile del computer e del web presso le nuove generazioni: e se ciò che i giovani apprendono spontaneamente fosse in qualche modo formalizzato in ore di confronto e di pratica con docenti preparati, allora potremmo presto ottenere quelle competenze di cui oggi si lamenta l’ assenza.

Inoltre, in questo modo potremmo anche far capire a molti giovani che Internet non é solo Messenger e You Tube (con tutto il rispetto per questi straordinari programmi!).

Voi che ne pensate?

SimoDG

responsabilità sociale del dire o del fare?

“L’ etica non è esattamente la dottrina che ci insegna come essere felici, ma quella che ci insegna come possiamo fare per renderci degni della felicità.” ( Immanuel Kant )

Questo spot di Pepsico, che viene presentato in maniera molto interessante su SimplyADdicted, è un ottimo prodotto di comunicazione d’impresa per il sociale. Poi i brands tendono a diventare sempre più verdi, come ci insegna Marketing Routes, e le aziende sono sempre più socialmente responsabili, tanto che oggi si parla di come i valori siano sempre più legati ai brands.

Le realizzazioni sono molto spesso ottime, ma saranno ottime anche le intenzioni? Dove inizia il greenwashing e dove finisce la vocazione per i problemi sociali delle imprese?

Per fare veramente comunicazione, in generale, e comunicazione sociale, in particolare, bisogna costruire una cultura che permei completamente tutta la vita aziendale.

Ma chi deve introdurre questa cultura del sociale? Penso che debbano essere coinvolti tutti gli attori che ruotano intorno all’azienda e sicuramente i comunicatori hanno un ruolo strategico.

Ma se i comunicatori hanno un ruolo privilegiato nel diffondere la cultura del sociale all’interno delle imprese, allora dovrebbero avere un codice deontologico chiaro, ben strutturato.

Questo vuol dire dare attenzione ad un’etica della comunicazione, ma in quanti lo fanno veramente?

Luca Taddei.

per una comunicazione…come noi la vogliamo!

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“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.” (Albert Einstein)

Come tu mi vuoi é il divertente film con la Capotondi e Vaporidis che sta sbaragliando la concorrenza ai botteghini delle ultime settimane e queste sono alcune fra le prime scene:

Il padre furente dice al figlio, studente di Scienze della Comunicazione: “Mi hai fregato, mi avevi detto che la comunicazione era il business del futuro e invece ti sei iscritto in quel corso solo perchè non hai voglia di fare un c….”.

La madre sconsolata dice all’ amica, a proposito della figlia studentessa di Scienze della Comunicazione: “Avesse fatto Medicina, o Ingegneria: invece no, Scienze della Comunicazione, e dopo che farà? andrà a vivere sotto i ponti?”.

A parte il fatto che in quel momento avrei voluto seppellirmi perchè stavo vedendo il film con la mia ragazza (la quale giustamente si aspetta da me un buon lavoro e soprattutto un buono stipendio!), penso che in quelle poche battute sia ben raccolto lo stereotipo che aleggia sopra questi corsi di laurea e soprattutto sopra la testa di noi studenti di Comunicazione, non da pochi considerati persone che hanno poca voglia di fare, che studiano cose facili, etc. etc.

Qual’ é la realtà? Io dico che la realtà é coincidente e al tempo stesso opposta rispetto allo stereotipo imperante: é vero che ci sono corsi di laurea in Comunicazione disastrosi e studenti con poca voglia di studiare, ed é vero che ci sono corsi eccellenti e studenti con tanta voglia di fare e consapevoli del valore della comunicazione;

sarò ottimista ed ingenuo ma sono sicuro che questi studenti, preparati e consapevoli (e tra questi, con una punta di presunzione, infilo il sottoscritto e il mio compare Luca!), prima o poi si affermeranno. Magari non nelle loro città di origine, magari non Italia, ma si affermeranno. Perchè le nostre società contemporanee hanno estremo bisogno di validi professionisti della comunicazione: ce n’ é bisogno nelle imprese, nel giornalismo, nella politica, nei corpi docenti universitari, nel web, nell’ editoria.

Tornando allo stereotipo, che fare per sradicarlo? Direi innanzitutto di agire proprio lì dove i comunicatori si formano, ovvero nei famigerati corsi di scienze della comunicazione, eliminando o comunque rivoluzionando quelli che non raggiungono determinati standard qualitativi.

Io ho lo fortuna di frequentare un corso eccellente e pertanto mi ispiro ad esso per indicare alcuni punti su cui intervenire: ci vogliono professori non raccattati chissà dove ma consapevoli del valore della comunicazione a prescindere dal tipo di materia che insegnano; ci vogliono piani di studio coerenti ed integrati; ci vuole il numero chiuso: a lezione con 300 persone non si impara niente.

Queste sono solo alcune idee: voi che ne pensate?

SimoDG

alcune buone notizie per le imprese italiane

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“Le opportunità sono rare, e quelli che le sanno sfruttare sono ancora più rari”. ( Henry Wheeler Shaw )

Lavazza ha programmato l’apertura di 84 coffe- shop in Europa e 170 in India con l’obiettivo di battere Starbucks esportando la cultura del caffè made in Italy. La strategia sarà accompagnata da una campagna di comunicazione ispirata alle immagini del talentuoso fotografo tedesco Finlay MacKay su cui sono stati investiti 21 milioni di euro.

Illy ha siglato un accordo di joint- venture con Coca Cola per distribuire in tutto il mondo una nuova linea di bevande al caffè destinata alla fascia alta del mercato. Illy usufruirà della imponente infrastruttura distributiva del gigante americano che dal canto suo aveva bisogno di un caffè di eccellenza per entrare in un settore da 5 anni in crescita continua e che oggi vale 10 miliardi di euro.

Samsung ha avviato una collaborazione con Giorgio Armani per una nuova linea di cellulari ad alto contenuto di classe e desing.

L’ elite cinese ha decretato che saper scegliere e gustare il vino è uno status symbol, il segnale di appartenenza a una classe raffinata e cosmopolita.

In una fase dell’ economia dove il contenuto estetico e simbolico – declinato come buon gusto, talento creativo, tradizione affianca l’ innovazione tecnologica come parametro che determina la qualità del prodotto, l’Italia ha delle potenzialità enormi capaci di assicurarle una posizione di rilievo. Il prezzo è una dimensione su cui noi non possiamo competere con i cinesi o gli indiani ma i cinesi e gli indiani non possono competere con noi quanto a classe, eleganza, senso estetico e saperi culturali. E per i prodotti ad alto contenuto estetico e simbolico si sta oggi aprendo un mercato globale enorme, in continua espansione.

Quelli che ho citato sono casi virtuosi di grandi imprese ma anche per la piccola azienda che produce beni di alta qualità ed esteticamente sofisticati può cambiare molto.

La globalizzazione e le nuove regole dell’ economia della conoscenza offrono stimolanti opportunità ma hanno trovato l’Italia impreparata.

Occorre comprendere le trasformazioni in atto e adeguarvisi, convergendovi tutte le risorse del sistema Paese.

Occorre recuperare fiducia tenacia e forza di volontà, stabilire obiettivi e crederci, investire – e tanto – in formazione (ad oggi circa il 75 % degli imprenditori italiani è fermo al diploma di scuola media inferiore e molti non conoscono l’inglese: a queste condizioni come è possibile comprendere i processi della postmodernità? ), qualificando il lavoro.

Occorre tornare a pensare ai giovani e al futuro ed al contempo recuperare le nostre vocazioni, su tutte l’ ingegno e quella particolare inclinazione per l’ estetica.

Gli Italiani ce l’ hanno sempre fatta ed in situazioni ben più drammatiche: ce la faranno anche stavolta.

SimoDG

“Non è mai troppo tardi”, anche per gli immigrati

“Occorre che i principi che ispirano la nostra convivenza siano diffusi attraverso il maggior numero di canali possibili.” (Paolo Ferrero)

Torniamo a parlare di televisione.

Paolo Ferrero, Ministro della Solidarietà Sociale, ha annunciato il progetto di mandare in onda sul sistema radiotelevisivo pubblico una trasmissione che aiuti gli immigrati conoscere ed imparare la lingua italiana ma anche i principi fondamentali della nostra Costituzione.

L’ iniziativa si ispira ad una trasmissione , intitolata “Non é mai troppo tardi”, che negli anni ’60 insegnava a leggere e a scrivere agli operai e ai contadini tornati a sera dal lavoro.

Alberto Manzi, conduttore e pioniere di questo progetto di insegnamento a distanza, in otto anni riuscì a portare un milione e mezzo di italiani alla licenza elementare, contribuendo ad arginare la piaga dell’ analfabertismo.

Se davvero questo progetto prendesse corpo, saprebbe bissarne il successo e gli straordinari risultati?

Nell’ attesa di saperne di più, le dichiarazioni del Ministro hanno messo in luce il valore della comunicazione e in particolare dei media nei processi di integrazione sociale.

Come spesso succede vi chiedo: voi che ne pensate?

SimoDG


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