Italia sì, Italia no. Gli irlandesi pazzi di noi, il New York Times ci boccia senza appello: che pensare?

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“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello.” (Dante Alighieri)

Talvolta occorre guardarla da fuori per capire che l’ Italia, assai bistrattata da chi vi abita, poi tanto male non é.

Sono da poco tornato da Dublino e una delle cose che più mi ha più colpito é stata l’ aria di italianità che lì si respirava, passeggiando tra le principali vie della città o osservando i comportamenti delle persone.

Ad esempio, tra i negozi principali del centro spiccano Armani, Dolce e Gabbana, Sisley ma anche Vero Moda, Bocca, il Padrino, Roma, Milano, Valentino, Persona, Forte, Per Una, il Soprano: come vedete si tratta in alcuni casi di nomi celebri dell’ abbigliamento italiano, in altri di “firme” meno conosciute e sconosciute (da Vero Moda in poi sono piccoli e medi negozi di abbigliamento, parrucchieri, ristoranti, gelatai, etc.) che attingono strategicamente alla lingua e al patrimonio simbolico italiano. Un patrimonio fatto di bellezza, eleganza, lusso, di buon gusto, e dunque vincente.

A Dublino – ma questo accade anche in altre capitali, europee e non – nessun Paese ha una rappresentanza paragonabile alla nostra: affiancare ad un buon prodotto un nome italiano é una scelta strategica di sicura efficacia.

Altro oggetto di adorazione, oltre al buon gusto, é il nostro clima unico, la nostra cucina deliziosa, il nostro modo di vivere.

L’ Italia dispone all’ Estero di una corposa riserva di buona immagine: già, ma quanto durerà?

Per il New York Times, per esempio, siamo diventati poveri e vecchi, a-tecnologici, poco attrattivi per gli investitori esteri e poco fiduciosi in noi stessi…insomma, un disastro.

Troppo drammatici gli americani? Non so. “Se foste un giornalista straniero inviato in Italia” – riflette Ferrara sul Foglio di qualche settimana fa – “voi che pensereste di un Paese che mentre tutto il mondo alza l’ età della pensione, la riduce; dove per protesta si assaltano le caserme, per agitazione sindacale si prende di mira il Parlamento, per serrata si bloccano le strade; dove lo slogan più fortunato é un vaffanculo; dove il libro più venduto é una condanna della casta; dove ogni trattativa finisce con un rinvio?

Dunque, Paese delle meraviglie o pecorella nera: dove sta la verità?

SimoDG

21 Responses to “Italia sì, Italia no. Gli irlandesi pazzi di noi, il New York Times ci boccia senza appello: che pensare?”


  1. 1 beppe mercoledì, 2 gennaio , 2008 alle 12:07 pm

    Anche in America l’italianità, di un’idea, di un prodotto, di uno stile, è sinonimo di eleganza, bontà e qualità. Basta fare un giro tra gli scaffali dei supermercati, dove per spingere la vendita mettono l’etichetta “Italian Style” sulle merci più disparate (persino sul burro di arachidi, che proprio italianissimo non è). E non è una cosa legata solo ai settori in cui tradizionalmente siamo riconosciuti “forti” (cucina, alimentare, moda, lusso, design) ma anche nelle professioni e nella ricerca. I ricercatori italiani sono tra i più richiesti, dalla farmaceutica alla fisica, per la loro preparazione. A livello terra terra, anche in una conversazione da bar, a New York, se dici che sei italiano non ti guardano male, anzi, per quanto infarciti di padrini e Soprano, pizza pasta e mandolini, ti riconoscono stereotipicamente doti positive e un talento innato associato al bello, al gusto, all’arte, allo studio, al viver bene, alla simpatia.
    Però questo tutto sommato non c’entra tanto con l’idea dell’Italia Paese, lo Stato e la società civile. Qui l’analisi può risentire di tanti stereotipi, certo, ma anche essere obiettiva e andare in direzione opposta rispetto all’immagine positiva dell’Italian Style: insomma si può essere critici senza per questo contraddirsi.
    Francamente è impossibile che queste immagini combacino, e dell’Italia Paese, ora come ora, mi sembra difficile prendere qualcosa a modello positivo. Parlo della vita di tutti i giorni: trasporti, lavoro, istituzioni, burocrazia, servizi. Siamo fermi. Siamo poveri e vecchi, in fondo il NY ha scritto questo pezzullo “stating the obvious”. Ce ne accorgiamo anche da soli, credo. Oppure vi sarà capitato magari di avere qualche amico straniero che vive in Italia e avrete visto la sua espressione stupita di fronte, non so, all’iter per il rinnovo del permesso di soggiorno. Al cambio di residenza. All’allacciamento del gas. A un viaggio in treno o in autostrada. A un’intervista a un politico. A un conto in banca. A uno dei tanti scandali che durano una settimana e sfociano in niente. Gli Americani poi. Per gli Americani è inspiegabile anche il Foglio di Giuliano Ferrara, e tutti gli altri giornali italiani che se vivessero delle loro vendite sarebbero già morti nel 1950 (o nel caso del Foglio, mai nati).
    L’unica cosa che è cambiata in questi ultimi, diciamo, 20 anni è che tutti i problemi, le vergogne, le persone che ci rappresentano sono dati talmente per assodati, irrisolvibili, inamovibili che ormai anche solo a denunciarli si viene bollati come qualunquisti, superficialotti, luogocomunisti, faciloni, demagoghi.

  2. 2 simone mercoledì, 2 gennaio , 2008 alle 12:27 pm

    La tua é una lucida analisi Beppe e mi trova d’ accordo sul suo concetto portante: quella che hanno all’ Estero é un’ immagine idealizzata dell’ Italia, che prende in considerazione solo il bello del nostro Paese e che magari é conferemata da qualche bella vacanza qui da noi, in qualche bel villaggio, di qualche bella costa…insomma poco a che vedere con il sistema-Paese.
    Per questo nel post che ho scritto mi chiedo: quanto durerà questa riserva di buona immagine?
    Chi segue ilcomunicatore sa con quanto convincimento sosteniamo che l’ Italia é ricca di cose belle, ed anche di cose che funzionano…come per esempio le mostre imprese, che magari non correranno (come ha detto il nostro Ministro dell’ Economia in un articolo del Corriere di qualche giorno fa), però si muovono, vanno, sono attive e nella fase economica odierna, incentrata sulla conoscenza, hanno interessanti potenzialità.
    Solo che le nostre cose belle vanno supportate, aiutate, incentivate…a parer mio un grosso problema dell’ Italia sta proprio nella incapacità di valorizzare i propri tratti virtuosi.

  3. 3 prime mercoledì, 2 gennaio , 2008 alle 2:16 pm

    Caro Simone,
    mi permetto di dirti che ti leggo ormai da un po di tempo sul tuo blog, e le cose che dici sono interessanti.

    Ti potrà consolare sapere che non siamo solo noi, o te a pensarla così. Esistono molte persone che la pensano in maniera differente dalle posizioni ideologiche che fanno alle volte + rumore.

    Ti inseriamo nella lista dei nostri amici, se hai piacere puoi farlo anche tu.

    Facci sapere un saluto.

  4. 4 simone mercoledì, 2 gennaio , 2008 alle 3:45 pm

    Ciao Prime, quello che scrivi mi fa molto piacere!Provvederemo pure noi ad inserirti tra i blog preferiti perchè il tuo sito é stato una bella scoperta!
    E mi fa altrettanto piacere che ci siano persone che condividono le mie idee su questo Paese, così bello e maledetto!
    Allora ci risentiamo presto…un saluto

  5. 5 studentefrrelance mercoledì, 2 gennaio , 2008 alle 4:14 pm

    Ciao,

    credo semplicemente che non può farci bene essere considerati vecchi, ne tanto meno può farci bene pensare noi stessi di essere vecchi, nonostante le evidenze eclatanti di gerontocrazia nella politica nelle istituzioni….ma quella si chiama esperienza(dicono loro)…il vero problema, riflettendo, siamo noi, siamo noi perchè non abbiamo la capacità di guardare oltre il nostro naso, tutto ciò che ci interessa si può riassumere in foglietto di taccuino!!Abbiamo poca informazione, scarsa istruzione, poca voglia di esplorare credendo che tutto il nostro glamour sia racchiuso nella parola “creatività” che tanto ci riempie la bocca quando diciamo di essere italiani…cerchiamo lavori creativi, facciamo i creativi, vestiamo creativi, lavoriamo in maniera creativa, abbiamo un’economia creativa(grazie a tremonti), cerchiamo stilisti creativi, artisti creativi, film creativi…ma se ci dovessero chiedere cosa intendiamo per “creativo” diamo mille risposte retoriche sperando di confondere le idee del nostro malcapitato interlocutore!

    Credo che dovremmo semplicemente porci meno domande, quello che pensano di noi ha poco valore, considerando che comunque adorano l’Italia…

    ciao

  6. 6 simone giovedì, 3 gennaio , 2008 alle 9:56 am

    Io credo che la creatività italiana consista in una diversità rispetto alla norma.
    Solo che questa diversità é talvolta positiva (moda, design, stile di vita, cucina, clima, patrimonio culturale, e chi più ne ha ne metta) ma talvolta negativa (sistema politico, burocrazia, infrastrutture, etc.)
    Le cose da fare sono semplici a dirsi quanto complicatissime ma necessarie da farsi: correggere gli errori e valorizzare, come detto, le nostre caratteristiche virtuose.
    Ciò, per evitare che si esaurisca quella italica riserva di buona immagine e di credibiltà che tanto giova e può giovare al turismo e dunque all’ economia, alle nostre aziende e in generale al Paese.

  7. 7 Luca Taddei giovedì, 3 gennaio , 2008 alle 2:35 pm

    Ciao amici, faccio i complimenti a Simone per il bel post, interessante ed intelligente, e soprattutto preveggente di un progetto che in questi giorni ho incominciato a pensare e che in pochi giorni prenderà avvio! Ed il suo motore sarà proprio ilcomunicatore!
    E sono sicuro che il mio amico Simone parteciperà!
    Non voglio dirvi altro, soltanto che avrà a che fare con l’Italianità o Italicità!
    E questo post di Simone, cade evidentemente a pennello! Ho trovato molti spunti interessanti e ci vuol poco a capire che l’immagine del nostro Paese ha due facce come una medaglia, una decorata molto bella ed una nascosta spesso brutta! Lo ha sottolineato beppe,lo stesso Simone ed anche studentefreelance!
    Sono sicuro che seguirete con attenzione anche il mio e credo di poter dire nostro nuovo progetto!
    E mi unisco a Simone sulla bella scoperta di prime e lo inserisco subito nel nostro blogroll!
    Ciao!

    L.T.

  8. 8 simone giovedì, 3 gennaio , 2008 alle 3:31 pm

    Caro Luca, che dire…neanche a farlo apposta!
    Ho appena scoperto cosa hai in mente e aderisco con entusiasmo, dato che conosci il mio sincero interesse per queste tematiche!
    Così come sono sicuro che ci seguiranno con piacere tutti gli amici de ilcomunicatore, che una volta impostato verranno subito a conoscenza del progetto!
    Che dire…w l’ Italia!

  9. 9 Hamlet giovedì, 3 gennaio , 2008 alle 8:37 pm

    Secondo me i marchi molto globalizzati (Gucci, Prada, Dolce e Gabbana) non rappresentano più l’Italia. Sarebbe come dire che a Pechino ho visto negozi Apple, Dell e Microsoft e quindi amano gli Usa. Non penso sia così🙂

    Mi permetto di aggiungere:

    articolo di Ian Fisher
    http://www.nytimes.com/2007/12/13/world/europe/13italy.html

    intervista a Ian Fisher
    http://thelede.blogs.nytimes.com/2007/12/21/a-times-article-throws-italy-into-a-tizzy/

    risposta di Giuliano Amato
    http://thelede.blogs.nytimes.com/2007/12/21/a-letter-from-the-italian-interior-minister/

  10. 10 Luca Taddei venerdì, 4 gennaio , 2008 alle 7:50 pm

    @Hamlet: la tua interpretazione è molto interessante: per te dovremmo intendere i marchi “molto globalizzati” come non rappresentativi dell’Italia.
    La cosa è molto complessa, mi piacerebbe discuterne più approfonditamente più avanti, magari in un altro post!
    Avevo già letto l’articolo, l’intervista e la lettera del nostro Ministro degli Interni e mi sono fatto un’idea ben precisa di questo episodio nel suo complesso! Ne parlerò prossimamente!
    A presto,

    L.T.

  11. 11 Fabio venerdì, 4 gennaio , 2008 alle 11:43 pm

    Secondo me ha ragione Ferrara: sono profondamente deluso da una miriade di cose in Italia che non saprei da dove cominciare… Nonostante sia fiero di essere italiano, sono pronto a firmare per la terza repubblica.

  12. 12 simone venerdì, 4 gennaio , 2008 alle 11:45 pm

    @ hamlet: il tuo é uno spunto interessante e come ha sottolineato Luca ci sarebbe tanto su cui discutere.
    Più che globali direi glocali: nel senso che tali marchi agiscono su un mercato internazionale forti di prodotti di ottima qualità e di un patrimonio simbolico che é percepito all’ Estero come pregno di italianità.
    Un’ italianità positiva, intesa come classe, buon gusto, bella vita.
    E’ interessante notare come questa italianità positiva conviva, senza per questo contraddirsi, con una forma di italianità negativa, declinata stavolta come lentezza, mafia, incapacità politica, etc.
    Tanto interessante materiale…ci ritorneremo!

  13. 13 Hamlet sabato, 5 gennaio , 2008 alle 9:31 am

    @simone io direi proprio globali, molti di questi prodotti non sono nemmeno realizzati in Italia, quindi di locale hanno ben poco.
    Secondo voi quanti acquirenti sanno di che nazionalità è Nokia e Samsung? Secondo me in pochi, tanto che importanza ha? Sono talmente famosi che si sono “sganciati” dalle loro nazioni.

    @luca tu hai letto gli articoli, ma gli altri? meglio dare informazioni agli altri lettori, no?

  14. 14 simone sabato, 5 gennaio , 2008 alle 11:53 am

    @ Hamlet: certo tu hai ragione, ma col mio post, più che la presenza (scontata!) di marchi famosi italiani all’ Estero, volevo porre l’ attenzione sulla strategia commerciale ma soprattutto comunicativa – che ho notato essere particolaremente diffusa in Irlanda e, come ci racconta Beppe, anche in America – portata avanti da piccole e medie attività (gelatai, parrucchieri, pizzerie, etc.) che consiste nell’ attingere alla lingua e al patrimonio simbolico del nostro Paese, per dare una personalità italiana al punto-vendita.
    Si tratta, ripeto, di una strategia commerciale e comunicativa, molto spesso vincente, ed il cui carattere vincente deriva dal al fatto che esiste all’ Estero una percezione positiva dell’ italianità.

    Ps: colgo l’ occasione per ringraziarti dei link sono molto interessanti!

    @ fabio: sono della tua stessa idea. Fiero del mio Paese e della mia origine ma sottoscrivo ogni riga dell’ articolo di Ferrara. Ci vuole un radicale cambiamento.

  15. 15 dana sabato, 5 gennaio , 2008 alle 12:02 pm

    Ciao ragazzi! Innanzi tutto buon anno:-) Un po’ in ritardo, ma come avrete visto anche dalla latitanza dal mio blog in questo ultimo periodo ho avuto pochissimo tempo per gironzolare nella blogosfera:-(
    Bell’argomento di riflessione devo dire…. Io personalmente credo che l’Italia sia sempre stata vista all’estero in duplice maniera: a partire dai luoghi comuni positivi “spaghetti, pizza e mandolino” e negativi “italiani=mafia” questo amore-odio per il nosro paese risale ai tempi dei tempi… quindi secondo me le critiche che ci rivolgono possono solo essere usate, come giustamente fai tu in questo post, come stimolo di riflessione. E certo come non si può negare che l’italia sia il paese della creatività e della qualità nel campo della moda o del cibo per esempio, dall’altra parte è evidente che abbiamo un sistema economico talmente arretrato da non riuscire a valorizzare assolutamente i vantaggi di cui godiamo! E grazie ad una classe politica che, indipendente da destra o sinistra pensa solo a tenere il “sedere” sulla poltrona invece che a far crescere e sviluppare il paese, secondo me a lungo andare non potremo far altro che alimentare un altro bel luogo comune con cui ci identificheranno all’estero: “l’Italia, il paese che ha il pane e non ha i denti!”
    Un bacione😉

  16. 16 simone sabato, 5 gennaio , 2008 alle 12:10 pm

    Ciao Dana!Bentornata…e buon anno!
    Esatto…siamo il Paese delle contraddizioni!Credo che sia una anomalia tutta italiana…insomma, non mi vengono in mente altri Paesi per i quali convivano due immagini simboliche così antitetiche, entrambe così diffuse e radicate nell’ immaginario globale.

  17. 17 Luca Taddei sabato, 5 gennaio , 2008 alle 12:46 pm

    @dana: Ciao Dana! Bentornata! E buon 2008 anche a te!
    Il tuo stile ci mancava!

    @hamlet: hai perfettamente ragione, bisogna dare le informazioni a tutti i lettori! Sono d’accordo con te!
    Solo che quest’articolo più o meno ce l’hanno presente un po’ tutti, dato che è nata una campagna mediatica in Italia a proposito di questo articolo!
    Sono convinto che bisogna riflettere molto sulla campagna mediatica, secondo me è di straordinaria importanza per chi si occupa di comunicazione!
    Comunque ti assicuro che se ne riparlerà molto presto!
    Ed i tuoi commenti saranno di grande aiuto per arrivare a farci un’idea il più possibile completa!

    L.T.

  18. 18 Hamlet sabato, 5 gennaio , 2008 alle 3:52 pm

    simone “Si tratta, ripeto, di una strategia commerciale e comunicativa, molto spesso vincente, ed il cui carattere vincente deriva dal al fatto che esiste all’ Estero una percezione positiva dell’ italianità.”

    Non voglio rovinare il tuo amore per l’Italia ma la frase sulla percezione positiva dell’italianità era per il cibo e alta moda o era per qualsiasi cosa?
    per quanto riguarda il cibo, alta moda e auto di lusso (Ferrari e Lamborghini) l’Italia ha un’ottima immagine, ma in altri settori non ha una buona immagine. Ad esempio, chi all’estero (ma anche in Italia) acquisterebbe un cellulare fatto da una marca italiana? chi comprerebbe un pc fatto da una marca italiana? Chi all’estero ha una buona immagine dei film italiani attuali?

  19. 19 simone domenica, 6 gennaio , 2008 alle 12:06 am

    Hamlet, i tuoi spunti sono interessanti ma ti invito a leggere per intero i commenti, se li vuoi giudicare.
    Come perfettamente sintetizzato da Dana, ciò su cui stiamo ponendo l’ attenzione é la compresenza di due percezioni dell’ italianità, una positiva e l’ altra negativa.
    Soffermarsi sul dire che l’ italianità positiva ha a che fare con alcuni settori del mercato (abbigliamento, alimentare, etc.) e non con altri (informatica, etc.) rientra nella sfera dell’ ovvietà, e a noi de ilcomunicatore parlare di cose ovvie non interessa particolarmente.
    Ben più interessante, credo, é riflettere su come queste due percezioni, nonostante siano antitetiche, coesistano ed in modo parimente radicato e diffuso nell’ immaginario globale, facendo dell’ Italia – ma questa é una mia ipotesi – un caso anomalo, unico.
    Come interessante sarebbe tentare di rispondere alla seguente domanda: i problemi sociali e politici che stiamo attraversando – alcuni dei quali sono ben sintetizzati da Ferrara – possono mettere in discussione la riserva di buona immagine di cui godiamo all’ estero?
    Di questi e di altri temi parleremo in ItalianBranding dove già so che i tuoi spunti daranno vita a belle discussioni!
    (…anche se ti rinnovo l’ invito a leggerli per intero i commenti!)

  20. 20 Hamlet lunedì, 7 gennaio , 2008 alle 10:20 pm

    @dana buon anno anche a te! che blog elegante che hai, nemmeno provo a postare lì (sarei subito cancellato!). Hai (la domanda può essere per tutti) visto la puntata di Report dedicata all’alta moda?


  1. 1 Per la stampa straniera, l’ Italia e’ ancora il piu’ bel giardino d’ Europa « Soft Economy Trackback su martedì, 26 maggio , 2009 alle 10:30 am

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