censura comunicativa

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“La censura che si esercita sulle opere altrui non impegna a farne di migliori.” ( Bernard de Fontanelle )

I casi di censura di pubblicità “indecenti” sono numerosi: per rimanere a questi ultimi tempi pensiamo al bacio omosessuale nello spot di Dolce&Gabbana, puntualmente censurato dalla televisione italiana e al caso britannico degli ultimi giorni, la censura della campagna natalizia di Paddy Power.

Lo scopo di questo post non è di condannare la censura, ma di fare una riflessione sul suo uso comunicativo.

La censura sarebbe da abolire completamente. Invece purtroppo affligge la comunicazione dagli albori della storia. Anche se, questa è la mia riflessione, siamo arrivati a un punto in cui la censura stessa viene coinvolta nel processo comunicativo e diventa uno strumento del marketing vero e proprio.

Cerco di spiegarmi: si realizza una campagna di comunicazione, questa passa sui media quasi inosservata, qualcuno poi la censura e a quel punto i media la ripropongono in continuazione, diventa un caso , insomma la campagna ottiene una visibilità molto forte proprio per il fatto che essa è stata censurata.

Oggi la censura non toglie visibilità ma la aumenta, molto spesso la costruisce. E’ vero anche nel caso di Luttazzi: il comico sarebbe così famoso e ci sarebbe tanta discussione intorno a lui se non fosse puntualmente censurato?

Detto questo, gli uomini del marketing potrebbero pensare di realizzare campagne pubblicitarie con contenuti che incapperanno sicuramente nella censura per raggiungere quella visibilità che la pubblicità per sua natura ricerca.

Ma forse già lo fanno, Paddy Power per esempio ha costruito la sua comunicazione sull’ “indecenza”: nel 2005 l’azienda irlandese lanciò una pubblicità in cui Gesù e i dodici Apostoli facevano, nell’ultima cena, una puntata al casinò, ed è di quest’anno la trovata di cambiare nome al giocatore di rugby del Tonga ( ricordate, ne avevamo parlato qui ).

Ok, così si ottiene una forte visibilità, ma siamo convinti che la visibilità, ottenuta in questo modo, porti a una comunicazione efficace? 

Io non ne sono convinto, e voi?

Luca Taddei.

10 Responses to “censura comunicativa”


  1. 1 Hamlet domenica, 23 dicembre , 2007 alle 1:57 am

    ciao, non voglio apparire monotematico ma non capisco cosa c’entri la censura con Luttazzi.
    Luttazzi (parlo di oggi, il 2002 è completamente diverso) lavorava per una tv privata. Nelle tv private il proprietario decide chi va in onda e chi no. Dov’è la censura?
    Censura significa, ad esempio, il caso Pasternak: non poteva essere pubblicato da nessuna casa editrice in Unione Sovietica.
    Se si decidesse che Luttazzi non può andare in nessuna tv, in nessuna radio, in nessun quotidiano allora sarebbe censura.
    Luttazzi non può pretendere di andare in onda senza il consenso del suo editore.
    Come noti tu, la censura (quella vera) genera un effetto boomerang (dando enorme visibilità a chi viene censurato) ma questo è un altro discorso.

  2. 2 Lakiki domenica, 23 dicembre , 2007 alle 1:37 pm

    Questa settimana ho letto di una pubblicità (se non sbaglio di Armani ora non mi ricordo bene, perdonatemi), che non è stata censurata nonostante fosse fotografata una donna nuda con una boccetta di profumo ad altezza pube che rappresenta proprio l’organo femminile.

    Io non vorrei dire, però in alcuni casi, anche se molto ironici, secondo me si esagera.

  3. 3 Luca Taddei domenica, 23 dicembre , 2007 alle 6:34 pm

    @Hamlet: Ciao Hamlet, sono d’accordo sul fatto che per Luttazzi non si possa parlare di vera censura, nè ora nè prima, ma in tanti parlano di censura rispetto al suo caso e lo stesso Luttazzi ama farsi passare come una vittima della censura.
    Hai ragione, quella nei confronti di Pasternak e di molti altri nell’Unione Sovietica era censura vera, vergognosa ed infame.
    La censura, nella nostra società, è diventata invece per fortuna addirittura uno strumento in più per fare marketing!

    @Lakiki: Hai ragione Lakiki, a volte si esagera, anzi molte volte si esagera, ma non è proprio questo che il pubblico, l’audience cerca: l’esagerazione, la dissacrazione, l’anticonformista?

    L.T.

  4. 4 Luca Taddei domenica, 23 dicembre , 2007 alle 6:35 pm

    Ah, Lakiki! Non conosco questa pubblicità, vado subito a cercarla!

    L.T.

  5. 5 simone domenica, 23 dicembre , 2007 alle 6:40 pm

    Ciao raga vi sto seguendo dalla bella Irlanda!
    Ottimo post Luca…concordo in pieno.
    Sono ormai innumerevoli gli episodi in cui chi comunica infila parole volgari o usa scene al limite della indecenza (ma non mi riferisco a Dolce e Gabbana, di cui apprezzo le campagne di comunicazione)sapendo che questa e’ la via piu’ facile per far parlare di se’.
    Sono cose che si fanno quando si hanno lacune creative.

  6. 6 Luca Taddei domenica, 23 dicembre , 2007 alle 6:46 pm

    Ciao Simone, grazie! Hai ragione molte volte ci si spinge ai limiti della decenza perchè manca la creatività, ma altre volte si potrebbe parlare di vere e proprie strategie di marketing basate sulla censura e in alcuni casi addirittura di costruzione di brands!
    Certo, sarebbe interessante considerare la consapevolezza di queste scelte per parlare di strategia!

    L.T.

  7. 7 prime lunedì, 24 dicembre , 2007 alle 2:57 pm

    Caro Luca,

    rimanendo in tema di censura, cosa ne pensi invece della censura che la tua amica Stakastagista sta operando sui commenti – per carità provocatori – che le stanno facendo diversi addetti del nostro blog e non solo?

    Se sei un garantista, non credo opereresti la stessa censura.
    😉

  8. 8 Luca Taddei lunedì, 24 dicembre , 2007 alle 3:41 pm

    @prime: in tema di censura dei commenti, mi attengo al consiglio di Giuseppe Granieri che ho trovato nel suo libro, Blog Generation, e che suonava così: don’t feed the troll!

    L.T.

  9. 9 Hamlet lunedì, 24 dicembre , 2007 alle 8:47 pm

    @prime non so quali sono i commenti cancellati però personalmente penso che dire che un blog ha “contorni, contenuti e visioni di stampo medievale” e che uno ha “un curriculum poco presentabile per il mondo del lavoro a cui aspira” significa offendere.
    Nei blog, il proprietario decide le regole: se a qualcuno non stanno bene, può non postare più commenti lì.

  10. 10 Lincemiope mercoledì, 3 febbraio , 2010 alle 8:53 pm

    io non capisco come si possa definire “pubblicità indecente” una pubblicità in cui due ragazzi si scambiano un orologio e poi si danno un bacio ma VABE’!


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