
“Certe volte é meglio abitare in un sottoscala che in un attico.” Marco Fortis
Prendo spunto dall’ ultimo post di Luca per aggiungere qualche considerazione attorno al rapporto tra crisi e comunicazione.
Responsabilità é la parola chiave che identifica da sempre e oggi in particolare un mestiere, il giornalismo, su cui grava il difficilissimo compito di spiegare alle persone che cosa succede nel mondo: cause, effetti, prospettive.
Lo sappiamo, i media rappresentano il canale d’ accesso all’ informazione. Dalla loro azione dipende in maniera determinante quella percezione dei fatti e degli eventi che entra nell’ immaginario, forte del potere di influenzare piccole e grandi decisioni.
Riforme, investimenti, strategie, piani di assunzione, licenziamenti, acquisti, viaggi.
Su più livelli – politica, impresa, società, famiglia – la percezione del “fuori”, in maniera più o meno marcata, più o meno visibile, ma comunque inevitabilmente finisce con l’ orientare i comportamenti.
“La crisi c’ è, eccome – scrive Sergio Luciano su Economy – ma la percepiamo più grave di quanto non sia.”
Io non solo sono perfettamente d’ accordo con Luciano ma trovo che questa “più grave percezione” sia dovuta proprio a certe logiche interne al sistema dei media, in base alle quali le prime pagine dei quotidiani nazionali si riempiono di “brutte” notizie e catastrofiche previsioni (ma in tempi del genere queste previsioni che valore hanno? questo collasso finanziario, per esempio, chi lo aveva previsto?) mentre bisogna andare a spulciare tra i trafiletti, oppure nella stampa specializzata o nella cronaca locale per conosere realtà italiane virtuose, come il successo della pugliese Divella, la buona salute dell’ export made in Italy o il boom del turismo termale.
Certo quelli che ho citato sono dei casi singoli. Ma tanti di questi casi singoli – e se ne possono trovare facilmente – insieme smettono di essere eccezione e diventano segni di un modo italiano di essere e di fare, più vicino alla creatività, ai valori e all’ economia “reale” che alla disastrata finanza. E che meritano di essere spiegati, conosciuti, divulgati.
Vi aggiungo che di recente ho partecipato a un convegno in cui molti manager e imprenditori italiani hanno rivelato che se non ci fossero i mezzi di comunicazione loro, relativamente alle proprie imprese, di questa crisi nenche si sarebbero accorti.
Occorre dunque una comunicazione più responsabile ed anche più equilibrata.
Serve, a parer mio, che sia combattuto quel principio secondo cui “é meglio parlar di un ponte distrutto che di cento costruiti.”
Serve perchè la posta in gioco é alta.
Voi che ne pensate?
SimoDG



Ottimo post anche il tuo Simone, siamo in sintonia!
Sono d’accordo con le tue considerazioni: mostrare uno scenario di crisi difficile, troppo difficile, catastrofico, può avere conseguenze negative sulle scelte di molte persone e organizzazioni.
Ma non solo, si può avere anche l’effetto opposto, ovvero risvegliare molti dal torpore e sprigionare nuova creatività e nuova energia. A volte, per alcuni, certo non per tutti, le difficoltà sono uno stimolo. In questo senso i media, con le loro urla di crisi, potrebbero anche provocare un effetto virtuoso per l’economia e la società.
A volte le urla servono a svegliare chi dorme e non a impaurire. Certo ci vogliono equilibrio e responsabilità.
L.T.
Grazie Luca…
Perfettamente in linea con la tua considerazione!
Sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi tu in questo post e con quanto detto da Luca nel suo post.
La responsabilità dei professionisti della comunicazione nella gestione delle informazioni riguardanti la crisi è notevole.
Dipenderà in gran parte da loro la percezione che la gente ha della crisi (prescindendo dai soldi presenti nel portafogli).
Se i media sapranno diffondere ottimismo e rassicurare la gente usciremo presto dalla crisi, altrimenti la crisi si farà sentire più del dovuto.
Le profezie che si auto-avverano, i falsi allarmismi, i dibattiti privi di senso a cui partecipano opinionisti e pensatori dalla dubbia preparazione, non sono certo di aiuto.
Ovviamente i media non devono diffondere false notizie o solo quelle positive, ma devono comunicare con un grande senso di responsabilità facendo intervenire nel dibattito solo personaggi autorevoli (non vedo, ad esempio, il motivo per cui da Vesdpa debba parlare della crisi Alba Parieti), diffondendo dati certi e non inseguendo titoli allarmistici solo per fare ascolti o vendere più copie, informando con accuratezza e cautela senza ricorrere alla TV del dolore che va molto di moda adesso che deteriora solo la qualità dell’informazione e trasforma il tutto in una melassa malinconica, ecc…
Quindi, la sfida dei comunicatori per il 2009 sarà quella di reagire per primi e più degli altri alla crisi che incombe.
Un caro saluto!!!
Salpetti
“Serve, a parer mio, che sia combattuto quel principio secondo cui “é meglio parlar di un ponte distrutto che di cento costruiti.””
Questo non succederà mai. È l’anomalia (ponte distrutto) che fa notizia, non la normalità (ponti costruiti). L’audience vuole così
Sono perfettamente d’accordo, purtroppo oggi la stampa è pilotata dalla politica e ci fanno credere ciò che interessa hai loro capi, l’unico mezzo di vera informazione è internet.
In linea con le vostre osservazioni.
Già…perchè la Parietti deve parlare della crisi??!!