
“La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira più che negli occhi di colui che la vede.” Gibran Kahalil
Si chiama Soft Economy ed é l’ ultimo nato in casa de “ilcomunicatore”.
Da un’ idea di Simone Di Gregorio, si apre uno spazio dedicato al talento italiano, ovvero a quella capacità di fare e di inventare che seduce il mondo e che ha reso vincenti molte nostre imprese.
Soft Economy come inclinazione, tutta italiana, a produrre economia sulla base di fattori inusuali quali la bellezza, il territorio, la tradizione, la cultura, l’ artigianalità, il rispetto per la persona e per l’ ambiente, la passione per la materia: non si tratta solo di belle parole ma di un modello in atto in molte nostre imprese che lottano per spostare la competizione internazionale dal fattore prezzo al fattore qualità.
Una qualità totale che parte dall’ idea, coinvolge il dettaglio, agisce sui processi di lavorazione e arricchisce il prodotto di un valore aggiunto, unico e non replicabile così come sono uniche e non replicabili la sensibilità estetica dell’ imprenditore made in Italy, l’ esperienza di lavoratori che di generazione in generazione si tramandano tecniche di lavorazione di sapore locale, la straodinaria capacità di combinare il fascino della tradizione con soluzioni di alto contenuto innovativo.
Nei primi articoli si parla di Brunello Cucinelli e della sua “impresa umanistica”; si mettono in evidenza gli ottimi – ma sempre troppo sottaciuti – numeri dell’ export italiano, che nonostante il grave stato di crisi generale continua a macinare risultati assolutamente positivi.
Inoltre si racconta la particolare storia di Xu Qiu Lin, titolare di un’ azienda che ha sede a Prato, stilisti italiani e produzione in Cina:
“La mia azienda é italiana”, afferma convinto Xu Qiu Lin.
Secondo voi vaneggia oppure in epoca di globalizzazione e di mercato unico il made in Italy può convivere con la delocalizzazione?
Vi aspetto sul blog!
SimoDG






Latest