“L’ etica non è esattamente la dottrina che ci insegna come essere felici, ma quella che ci insegna come possiamo fare per renderci degni della felicità.” ( Immanuel Kant )
Questo spot di Pepsico, che viene presentato in maniera molto interessante su SimplyADdicted, è un ottimo prodotto di comunicazione d’impresa per il sociale. Poi i brands tendono a diventare sempre più verdi, come ci insegna Marketing Routes, e le aziende sono sempre più socialmente responsabili, tanto che oggi si parla di come i valori siano sempre più legati ai brands.
Le realizzazioni sono molto spesso ottime, ma saranno ottime anche le intenzioni? Dove inizia il greenwashing e dove finisce la vocazione per i problemi sociali delle imprese?
Per fare veramente comunicazione, in generale, e comunicazione sociale, in particolare, bisogna costruire una cultura che permei completamente tutta la vita aziendale.
Ma chi deve introdurre questa cultura del sociale? Penso che debbano essere coinvolti tutti gli attori che ruotano intorno all’azienda e sicuramente i comunicatori hanno un ruolo strategico.
Ma se i comunicatori hanno un ruolo privilegiato nel diffondere la cultura del sociale all’interno delle imprese, allora dovrebbero avere un codice deontologico chiaro, ben strutturato.
Questo vuol dire dare attenzione ad un’etica della comunicazione, ma in quanti lo fanno veramente?
Luca Taddei.



Luca, quello che tratti col nuovo post é uno dei temi più interessanti per chi oggi studia o fa comunicazione.
Nel mercato, si é ormai affermata una rete di consumatori le cui scelte sono sempre più legate alla variabile etico-ambientale: leggevo qualche giorno fa che circa l’ 70% dei consumatori ripone la sua fiducia nelle imprese che investono sul sociale e l’ 80% attribuisce la massima importanza al rispetto dei diritti dell’ uomo e
dell’ ambiente.
Sono numeri la cui interpretazione é chiara, tant’ é vero che alcuni economisti cominciano a parlare di merci in cui il valore é coprodotto da aziende e consumatori: le imprese infatti non possono più pensare di agire in modo unilaterale ed é a aprtire dalle indicazioni e dalle esigenze dei consumatori che si aggiunge valore a prodotti e ai marchi.
Differenze tra il dire e il fare: fino a poco tempo fa e forse anche oggi può essere ancora possibile per
un’ impresa mantenere un’ apparenza di politically correct e attenzione sociale per poi tradirla nella sostanza. Ma credo che se il consumatore continuerà questo percoso di consapevolezza e autonomia, tali comportamenti saranno poco possibili, in quanto facilmente smascherabili. Non trovi?
Le imprese diventano socialmente attive sicuramente perchè c’è una richiesta da parte del consumatore.
Sono convinto che proprio per questa nuova consapevolezza e autonomia del consumatore, le aziende diverranno sempre più responsabili.
Per questo bisogna che investano realmente in CSR, con i fatti e con una cultura d’impresa, in modo tale da poter rispondere in modo adeguato alle esigenze, ai bisogni, ai desideri del consumatore contemporaneo.
Sì, trovo che diventerà sempre più difficile mantenere una maschera di responsabilità sociale, ma allo stato attuale molte cose devono cambiare!
L.T.